Mamma Simona: quando la mamma è in vacanza
novembre 30, 2009 by mammenellarete
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Quando la mamma è in vacanza
Oppure a un convegno, che dura “tre giorni tre”, il venerdì, il sabato e la domenica.
Il peggio è lasciare un marito e due figli da soli proprio nelle uniche giornate della settimana in cui si riesce a stare insieme, in cui non c’è scuola né lavoro.
Ma la mamma deve andare, il venerdì mattina la sua valigia rossa è pronta all’ingresso: “avrò preso tutto? Dunque, il brano da leggere in pubblico, le calze marroni e viola – sì proprio così – lo spazzolino e la spazzola, il mascara a effetto potenziato e la crema da notte da usare di giorno…”. Niente giocattolini, merendine e succhetti, libri su topi che fanno i giornalisti? Niente di niente… che strana partenza!
All’inizio sono felice, guido verso la città in cui si tiene il convegno con la radio accesa su canali di musica pop/rock, fumo due sigarette in macchina – incredibilmente trasgressiva – e mi sento una ragazza quando faccio una pausa per il caffè all’autogrill.
Cominciano i lavori del convegno. Leggo il mio intervento e così fanno gli altri, poi si parla si parla si parla, poi si va a pranzo, poi si parla si parla si parla.
Telefonata in una pausa della prima giornata:
“Come state?”
“Noi benissimo. Come stai tu piuttosto”
“Bene. E’ interessante. Faccio nuove conoscenze. Ma i bambini?”
“Tranquilli. Xanthos è impegnato a nascondersi dalla gatta, Sofia studia matematica”
“Come studia matematica (abitualmente non lo fa)… non chiedono di me?”
“Per la verità… non ancora”
“Ah, vuol dire che stanno benone. A dopo”.
Telefonata la prima sera dall’albergo:
“mal di pancia, mal di piedi e mal di schiena”
“mi sembra di intuire che non stai bene”
“stanca… mi passi i piccoli? Anzi no, se no mi mancano ancora di più. Salutameli tu”
“Sarà fatto”
Telefonata in una pausa della seconda giornata:
“Sofia, come stai amore?”
“bene… devo studiare inglese”
“e matematica?”
“l’ho finita”
“sei un genio”
“no, è normale” – non mi sembra normale, ma evito di sottolinearlo. Retrogusto di pensiero – le cose vanno meglio senza di me?
Telefonata la sera del secondo giorno:
“odio quest’albergo, odio le mie scarpe coi tacchi, ho finito il mascara e non ho portato il dentifricio e poi… mi mancate come se non avessi più un braccio o una gamba”
“Anche tu ci manchi”
“Come se non aveste più un braccio o una gamba?”
“Si… la similitudine regge”
E meno male che regge lei, perché io non reggo più.
Telefonata in una pausa del terzo giorno:
“Xanthos?”
Singhiozzi
“Xanthos… sono mamma”
Singhiozzi più forti
“Piccolo torno stasera”
Cade la comunicazione.
Saluti, baci e abbracci, sentiamoci – il convegno si chiude.
M’infilo in macchina e violo qualche limite di velocità, cuocendo nel mio brodo primordiale di sensi di colpa e felicità da rientro.
Finalmente la via di casa.
Leggi tutta la storia di Mamma Simona!
Mamma Simona diventa zia
novembre 2, 2009 by mammenellarete
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La “ziitudine” è una categoria della mente e un’inclinazione dell’animo che ho fatto sempre fatica a concepire.
Che cosa sono uno zio e una zia?
Dei genitori in seconda?
Ma per quello ci sono già i nonni.
Una mamma e un papà alternativi, sempre sorridenti, che non rimproverano mai? Già, fino al momento in cui il caro nipotino non abbatte a pallonate il loro “moretto da tavola” del settecento.
Una coppia di parenti stretti che amano i loro nipoti quasi come i genitori? E come la mettiamo con quegli zii che vedono i nipotini alla nascita e poi si ripresentano solo il giorno della loro laurea?
Coloro che mettono al mondo i cugini? Ma questo come li lega direttamente ai nipoti?
E poi, c’è differenza fra lo zio consanguineo e lo zio acquisito?
Tutte queste domande, e altre ancora, mi hanno sempre tormentato, fino al giorno in cui dalla teoria sono passata alla pratica.
Mia sorella, più giovane di me di sei anni, è rimasta incinta un giorno di sedici mesi fa.
Sin da quando me lo ha comunicato, ho cominciato a “sentire” cosa vuol dire essere zia, piuttosto che tentare di capirlo razionalmente, come avevo sempre tentato di fare.
Innanzitutto, durante i suoi nove mesi di gravidanza, anch’io sono ingrassata di otto chili.
Poi sono diventata assolutamente irrazionale, come se avessi acquisito la combinazione ormonale di una gestante. Passavo attraverso diversi stati mentali che alteravano tutti la realtà, del tipo:
1. Mia sorella è troppo giovane per essere già incinta (Claudia ha 34 anni)
2. Lavora troppo, si stancherà, deve stare a riposo (questo perché “la gravidanza non è una malattia”)
3. Si nutriranno in modo adeguato lei e il feto? Claudia sta prendendo troppo poco peso (mia sorella è esperta di nutrizione)
A latere di queste preoccupazioni assolutamente infondate, si sviluppavano nella mia testa vari interrogativi, dai più banali ai più cupi:
1. Sarà maschio o femmina?
2. Saprò amarlo?
3. E lui mi ricambierà?
Le risposte ai miei dubbi sono arrivate quando è nata Cinzia, una mattina di sette mesi fa.
L’ho presa in braccio e l’ho riconosciuta: era lei, la mia nipotina, e non poteva che essere così, con il suo taglio d’occhi, la sua boccuccia a fiore e il suo tenero incarnato. Dopo circa venti giorni dalla nascita già mi sorrideva con dolcezza (inutile ripetermi che prima dei due mesi di vita non sviluppano il sorriso intenzionale, non ci crederò mai).
Avendo fede nella reincarnazione, ritengo che io e lei ci siamo già incontrate in un’altra vita, e in quella vita eravamo sicuramente unite da un legame affettivo. Mio marito mi ha detto di aver provato la stessa sensazione di riconoscimento, è questo è già più strano perché lui non è un consanguineo.
Mi sono risposta che dev’essere come nell’adozione: una mamma e un papà che adottano un bambino diventano i suoi genitori a tutti gli effetti, anche se non hanno alcun legame di sangue con lui.
Così chi diventa zio, anche se acquisito, si arricchisce di una nuova dimensione dell’affettività della quale non si libererà più, quali che siano le vicende esistenziali di ciascuno.
Però mi rendo conto che, da una zia che scrive per mestiere, la piccola Cinzia può aspettarsi di più delle coccole e dei bacetti. Magari delle fiabe scritte solo per lei. Ma intanto, finché è così piccina mi piace dedicarle su questo blog una poesia:
Cinzia a sette mesi
Splendida mordicchiosa,
golosa di bacetti.
Tu con sovrana indifferenza,
come lei stessa faceva,
indossi dell’amata
di Properzio poeta
il nome esotico e sensuale.
Coccola miagolosa
dagli occhi d’oriente,
mi guardi e mi sorridi
e intanto pensi
“femmina mosaicata
con tessere di mamma,
imitazione pessima
di ciò che di meglio
finora mi offre il mondo”
Leggi la storia di Mamma Simona. Com’è cominciata?
Mamma Simona: chi è papà Germano?
ottobre 26, 2009 by mammenellarete
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Mamma Simona continua con il raccontarci la storia della sua baby sitter.
Ma chi è papà Germano?
I bambini sciamavano nel cortile, dopo la scuola, urlando “tuo padre è un deficiente”.
Adele, di ritorno dal lavoro, si forzava di ignorarli mentre cercava le chiavi per aprire il portone di casa.
Intanto, Mariella invecchiava non bene né serenamente. Aveva tanti problemi di salute e alla fine, per un’operazione sbagliata, perse la vista da un occhio mentre già dall’altro non vedeva quasi niente.
Accentuò il suo carattere da segno di fuoco e divenne nervosa e intrattabile, se la prendeva con tutti per un nonnulla, ma il suo obiettivo preferito era il marito. A volte scoppiava a piangere disperata perché si sentiva vecchia e finita, poi all’improvviso, come per uno scatto da bestia, si metteva a urlare contro Germano: “brutto demente, non mi servi a niente, non sai neanche buttare via la spazzatura, ma perché non te ne vai di casa una volta per tutte?”. Germano non se la prendeva, abbracciava Adele e Annina e diceva loro “vostra madre è una brava donna, è solo tanto sfortunata”.
Adele si stupiva sempre del buon carattere di suo padre: voleva bene a tutti, non si arrabbiava mai, non serbava rancori. Forse per questo non si era mai ammalato seriamente e, tante volte nella vita, era sfuggito a una morte certa.
I genitori di Germano, che di questo strano primogenito si vergognavano non poco, lo spinsero, sin da giovanissimo, a imboccare un’improbabile carriera militare. Andò a combattere durante la seconda guerra mondiale e come non fosse morto lo sa solo iddio. Finita la guerra, il padre lo mandò nella legione straniera, e anche da lì Germano tornò, dopo due anni, forse dimagrito e stanco, ma vivo e vispo come un grillo.
Alla fine della sua vita da soldato riuscì a sistemarsi alla Croce Rossa, grazie alle conoscenze paterne. Non era un vero e proprio impiegato, che non si poteva impiegarlo in niente e non aveva stipendio, ma stava lì a mangiare e a dormire ed era comunque ben disposto e sorridente verso tutti. Fu in quel periodo che conobbe Mariella, se ne innamorò perdutamente, nonostante lei avesse già una figlia, e fu felice come non mai quando lei accettò di sposarlo.
Galante ed elegante, faceva la sua bella figura quando andava a trovarla a casa dei suoi datori di lavoro. Mariella sapeva di non poterlo amare, ma non si trovava nelle condizioni di rifiutare un qualsiasi pretendente, soprattutto se rampollo di una famiglia con qualche grado di nobiltà. Famiglia che, appena il primogenito prese moglie, scomparve volentieri e per sempre dalle scene della sua vita.
Così Germano mise da parte la divisa e si adattò a fare lo spazzino, per mantenere moglie e figlie dignitosamente. Questo finché lo stato non gli riconobbe ciò che era evidente a tutti da sempre: il suo ritardo mentale, e gli concesse la pensione d’invalido civile.
Adele non ha nessuna vergogna di quel papà ritardato, che è morto col sorriso sulla faccia, mentre lei gli teneva la mano, pochi anni dopo la morte della moglie. Anzi ne parla volentieri quando le chiedono dei suoi genitori. Una sera è andata al cinema con la sorella Anna che nel frattempo si è sposata e divorziata e risposata ancora: hanno visto Forrest Gump e hanno pianto tutte e due come bambine.
Adele è orgogliosa di papà Germano, lo porta sempre con sé nel cuore, ed è convinta che lui veda ancora ciò che le succede, attraverso di lei coi suoi occhi magici.
Storie senza fine
Ecco le puntate precedenti della storia di Mamma Simona!
Mamma Simona racconta la storia di mamma Mariella
ottobre 19, 2009 by mammenellarete
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Come continua la storia della babysitter di Mamma Simona?
Scopriamolo insieme!
Spesso Mariella si trovava a pensare al padre naturale della sua prima figlia, Paolo. L’aveva conosciuto a sedici anni e da subito l’aveva adorato come un dio.
Paolo era un diciottenne bello e forte, ma sapeva essere anche sensibile.
A lui aveva affidato i suoi ricordi di un’infanzia piena di dolori. Diventata orfana di madre a sei anni, Mariella si ritrovò con un padre che di lei non sapeva che farsene. Fu “consegnata”, allora, alla nonna paterna, una donna di ferro e di legno, che non conosceva tenerezze né affetto.
La usava come aiuto in casa e, in cambio, le dava da mangiare e un letto – anzi, non proprio un letto, una vecchia culla riadattata dove Mariella dormiva tutta accartocciata – e questo era quanto.
A dodici anni, la mandò a servizio da una famiglia ricca del circondario. All’inizio Mariella andava lì due volte a settimana, poi ogni giorno, poi, quando crebbe un altro po’, si decise che avrebbe dormito dai suoi padroni per accudire i due bambini della sciura, che nel frattempo erano arrivati.
Da allora, la nonna di Mariella divenne un’assenza accettabile nella vita della ragazza, senza grandi rimpianti da parte di nessuna delle due.
Fu normale per lei, che non conosceva amore, amare Paolo che le rivolgeva attenzioni, dolci parole e sapeva ascoltarla come nessuno prima.
Purtroppo anche Paolo la abbandonò, appena seppe della sua gravidanza, spezzandole irreparabilmente il cuore. Eppure qualcosa doveva essergli rimasto nell’anima di quel suo voltafaccia repentino, una sorta di contorcimento doloroso che lo portò, assieme ad altre sofferenze che Mariella ignorava, a suicidarsi due anni dopo.
Mariella, rimasta sola con Annina da crescere, giurò che non si sarebbe più innamorata. E così fu. Però si risposò, quando Annina aveva cinque anni, con Germano Luzzardi, rampollo di una famiglia nobiliare decaduta.
E con Germano ebbe Adele.
Com’è cominciata la storia di Simona? Leggi le precedenti puntate!
Mamma Simona: l’infanzia di Adele
ottobre 12, 2009 by mammenellarete
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Continua il racconto di Mamma Simona che ci racconta l’infanzia di Adele…
I suoi occhi non erano magici alla nascita, anzi erano occhi marroni, tanto comuni che sua madre si rammaricò che non avesse preso quelli del padre, di un bel verde acquamarina. Per altri versi, la signora Mariella Galli in Luzzardi sperava con tutto il cuore che la bambina, nata in otto mesi, non avesse preso altre parti del consorte.
Aveva fretta, Adele, di venire al mondo, ma la sua precocità dovette pagarla con continue bronchiti e polmoniti nel corso dell’infanzia e non solo. Si dice che chi nasce di otto mesi avrà per tutta la vita problemi a respirare: Adele ha fatto la sua ultima broncopolmonite sei mesi fa, alla tenera età di sessantatre anni.
Quando Mariella se la portò a casa dall’ospedale e la paragonò alla sorella maggiore, Annina, bionda con gli occhi grigi e l’incarnato rosa, rimase un po’ delusa: Adele aveva la pelle scura, da “terrona”, e una massa di capelli neri e scompigliati. Certo, non potevano assomigliarsi troppo due sorelle nate da padre diverso. Così Mariella fece di necessità virtù e, in breve tempo, quella strana neonata che già dal suo terzo giorno di vita le rivolgeva larghi sorrisi divenne, per lei, la più bella bambina del mondo.
A nove anni, durante gli interminabili pomeriggi estivi, Adele si aggirava per i campi dietro casa sua, al Lorenteggio, con uno stuolo di bambine più piccole, dai quattro ai sei anni. Le portava dentro una delle tante case in costruzione del circondario e giocava con loro alla scuola.
Lei, nel gioco, era la maestra, solo che alle bambine insegnava cose vere: canzoni, filastrocche, poesie e anche un po’ di matematica. E com’era orgogliosa quando la più piccola, Ilaria, riusciva a ricordare a memoria un’intera poesia!
Tuttavia, le signore del vicinato non vedevano di buon occhio questa sua attività e, un bel giorno, la più anziana di loro, la Fumagalli, andò a parlare con mamma Mariella. “Tua figlia è strana, mi dispiace ma devo dirtelo” esordì mentre aspettava che il caffè offertole si raffreddasse un po’. “Perché dici questo?” disse Mariella soffiando sulla tazzina la sua rabbia ben nascosta. “Ha quasi dieci anni e passa tutto il suo tempo in giro con bambine più piccole, perfino con l’Ilaria che va ancora all’asilo.
Ma dico io, non ti aiuta neanche un po’ in casa? Non ha il suo da fare?” “Certo che mi aiuta, ma fa in fretta e poi corre a giocare”. Mariella controllava a fatica la voglia di dirle “pussa via, vegia strega”. Sapeva, nella sua posizione, di dover essere cortese se voleva mantenere un buon rapporto con le famiglie vicine. “Be’, fai bene a darle un po’ più da fare, perché ormai è una signorina. Che lasci giocare le bambine piccole fra loro!”
“Va bene, Carla, proverò a convincerla, ma sai che è testa dura” “devi farlo per il suo bene, che non si ritrovi a sedici anni a pensare con la testa di una bambina piccola”.
Mariella faticò a calmarsi, quando Carla uscì: dalla nascita di Adele aveva pregato ogni giorno che dio mandava in terra che la bambina fosse “normale di testa”.
Ormai era certa che in Adele non c’era nulla di strano.
Tuttavia certe allusioni non mancavano di gettarla in un inferno di rabbia, da buon segno di fuoco qual era. Si sentì costretta a ordinarle di smettere con i suoi pomeriggi di “insegnamento”. Aveva faticato troppo per fare accettare la sua famiglia “scandalosa” dal vicinato, e non aveva intenzione di mandare tutto a monte per i capricci della figlia minore.
Ma Adele di capricci non ne faceva.
Obbedì alla madre, come al solito senza neanche chiedere spiegazioni. Una Gemelli sa passare senza batter ciglio da un interesse a un altro: da allora spese gran parte delle sue giornate alla biblioteca comunale, a leggere tutto ciò che le capitava a tiro>. Un po’ capiva un po’ no, ma le parole scritte le sembravano tutte bellissime, molto più belle delle parole dette e molto meno dolorose, anche quando, a volte, raccontavano i dolori degli altri.
A quattordici anni Adele, nonostante avesse solo la terza media, riuscì a quattordici anni a farsi assumere come impiegata presso una ditta edile. Faceva bene i calcoli e non aveva problemi a tenere una semplice contabilità.
Contribuiva al bilancio familiare e questo non era poco, dato che suo papà percepiva solo la pensione d’invalidità.
Mariella era orgogliosa di lei, gli occhi le luccicavano quando pensava alla sua nitida intelligenza, e le paure che aveva nutrito durante l’infanzia della figlia volavano via.
Comìè cominciata la storia della signora Luzzardi?
Mamma Simona: la baby sitter
settembre 28, 2009 by mammenellarete
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La mia maga buona, Edy, mi aiuta soprattutto nei famigerati “periodi intermedi”, per esempio quando non sono ancora cominciate le scuole, i miei due bambini sono a casa con me, ruzzanti e inquieti, desiderosi di prolungare indefinitamente lo svago estivo, e io ho già una montagna di lavoro da fare.
Ha più di sessant’anni ma è una corrente di energia e gioia vitale.
Arriva a casa mia, emanando la sua luce magica, prende il bimbo più piccolo e lo porta a spasso, mentre io faccio fare i compiti delle vacanze alla maggiore.
Oppure li porta tutti e due a fare “commissioni” in giro per la città, così io posso scrivere indisturbata per un paio d’ore.
E’ una specie di nonna a pagamento, non è esosa e, come tutte le nonne, è estremamente saggia.
Sembra che sappia in anticipo ciò di cui ho un bisogno imprescindibile, non so se per la sua virtù magica o per la sua lunga esperienza di madre.
A proposito, ho scoperto la sua storia, me l’ha raccontata lei stessa, in un momento di confidenza.
Voglio regalarla anche a voi, lettori del blog, ma per rispetto della privacy e poiché sono una scrittrice, l’ho “trasfigurata” in un racconto - cambiando nomi, luoghi e particolari vari, ma non la sostanza. Spero vi dia le stesse emozioni che ha dato a me, è una storia che parla di maternità e paternità, dell’amore e della magia della vita, anche quando questa si presenta, fin dalla nascita, irta di ostacoli e difficoltà.
continua…
Il racconto di Mamma Simona continua, leggi dall’inzio le puntate della sua storia!
Chi è Simona? Leggi la sua presentazione sul forum!
Mamma Simona: anno nuovo
settembre 25, 2009 by mammenellarete
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Questo sarà l’anno dell’editing del mio libro, della sua promozione, dei concorsi, dei festival e dei saloni del libro, degli incontri e degli scontri con l’editore, dei vernissage ai quali “proprio non si può mancare” e poi?
Non so proprio cosa mi aspetti nei mesi a venire, forse, per un po’, sarò una trottola viaggiante con valigia a rotelle al seguito. Forse dovrò presenziare a serate ed eventi per crearmi la dovuta visibilità.
A tutto questo si aggiungerà il lavoro d’insegnante, gli appuntamenti per la fisioterapia e, last but not least, la stesura del mio secondo romanzo, per il quale ho già un’idea anche se, fortunatamente per i miei familiari, non sono ancora a bordo del treno senza stazioni dell’ispirazione – se non a tratti.
E i bimbi in tutto questo? Se la vita appare già a me un gigantesco caleidoscopio che muta continuamente colori e forme, compresi i miei onnipresenti sbalzi d‘umore, a loro sembrerà di essere catapultati sulle montagne russe senza possibilità di scendere e con lo stomaco sempre in gola per la paura.
Non può andare così. Con mio marito stiamo studiando provvedimenti adeguati. “organizzazione ci vuole” fa lui dall’alto della sua laurea in economia e commercio.
Ammetto l’importanza vitale dell’organizzazione in una situazione familiare come la nostra, ma entro ancora più in ansia conoscendo bene la mia indole di disorganizzata cronica.
L’arrivo di Edy
Così, come faccio spesso quando sono in un momento difficile o che pare senza via d’uscita, mi metto a pregare che un segnale celeste mi indichi la strada giusta.
Il segnale arriva senza neanche farsi troppo attendere, nei panni di una signora milanese, trasferitasi a Padova, nell’appartamento accanto al nostro, sessantenne energica e vitale, con gli occhi che mandano lampi di luce magica.
Edy è un’astrologa ma, in poco tempo, diventa anche la tata adorata dei miei pargoli… e un po’ anche la mia.
Con vigore prende in mano le redini della mia disorganizzata esperienza di mamma.
Segue mia figlia maggiore nei compiti, quando io non posso farlo.
Inventa lavoretti creativi per il bambino piccolo, staccandolo da “mamma tv”.
E se io ho un problema, è sempre pronta ad accogliermi con una tisana e i suoi preziosi consigli legati alla vita, all‘astrologia e al karma. Si dice che le donne, a una certa età, possano trasformarsi in maghe buone, se veramente lo desiderano. Penso proprio che Edy lo abbia fatto, anche se si rifiuta categoricamente di parlarmene.
Vorrà dire che dovrò scoprirlo da sola…
Com’ è cominciata la storia di Mamma Simona? Ecco il riassunto delle vecchie puntate!
Mamma Simona: rigurgiti di creatività
settembre 21, 2009 by mammenellarete
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Con due figli piccoli e il lavoro, che ripresi quasi subito dopo il parto, di tempo per fare altro ne rimaneva pochissimo.
Eppure la mia fame di creatività che, per alcuni mesi, sembrava soddisfatta dalla doppia maternità, ritornò improvvisamente a tormentarmi una mattina uggiosa di novembre.
Mi svegliai di soprassalto, come in preda a un sonnambulismo visionario.
Scarmigliata e con gli occhi incollati dal sonno mi gettai sul computer, senza sapere ancora – almeno a livello cosciente – cosa avrei scritto.
Cominciai a battere sui tasti come una forsennata e non mi fermai finché non fu l’ora di svegliare i piccoli e prepararli per la scuola.
Il pomeriggio, rientrata dal lavoro, ripresi a scrivere fino all’ora di andare a prendere i bambini.
La sera, dopo cena, mollati i figli al consorte, ripresi la mia instancabile attività.
Fu così per molti giorni, addirittura per mesi. Era iniziata l’odissea dei miei cari, saliti con me sulla nave di un’ispirazione perpetua.
E questa nave era spesso in preda ai marosi: “tutti fuori dallo studio” urlavo senza alcuna pietà per le faccine impaurite dei bambini “non voglio nessuno tra i piedi per almeno tre ore”.
Mio marito mi stava alla larga, studiando da lontano la mia espressione da Menade nel bel mezzo di un Baccanale.
Una sera mi disse: “se continui così, io e i bambini ce ne andiamo”.
Io gli risposi, implorandolo: “sopportatemi ancora un po’ di tempo, non mi manca molto per finire la prima stesura, poi tutto sarà più facile”.
Che cosa stavo scrivendo con tanta foga, mettendo a repentaglio la serenità della mia famiglia? Una raccolta di racconti sulle persone che avevo conosciuto negli ospedali e negli ambulatori dei medici ai tempi del mio girovagare clinico, e sulle loro patologie.
I ricordi dei loro discorsi su come la vita cambiasse per sempre, in seguito a una patologia neurologica o neuropsichiatrica, si erano acquattati per mesi in un anfratto del mio cervello, e adesso tornavano tutti fuori, insieme a una galleria di volti giovani, anziani, di mezza età, dallo sguardo intensificato dal male o perso dietro ai fantasmi creati dalla loro mente.
E tutti, tutti questi volti, mi chiedevano a gran voce di scrivere di loro, che almeno la loro difficile esistenza, i sogni interrotti, gli amori perduti, le speranze ritrovate e perse non venissero inghiottiti dal limbo dei continui ricoveri e delle emergenze da gestire, che la patologia imponeva.
Com’è ovvio per chi scrive, tutelai la privacy delle persone che avevo realmente conosciuto: presi solo spunti dalle loro storie e poi le articolai con la mia fantasia, inventandomi intere esistenze, teorie di familiari di vario grado, storie d’amore infelici o difficili e chi più ne ha più ne metta.
Ogni tanto avevo delle crisi, che mio marito doveva placare prima che si trasformassero in attacchi di panico: “i racconti fanno schifo, non troverò mai un editore, non piaceranno a nessuno” dicevo fra i singhiozzi. Lui mi diede un suggerimento che si rivelò valido: “a me piacciono, ma io sono di parte. Devi trovare un lettore autorevole e obiettivo che ti dica il suo parere senza mezzi termini”.
L’idea mi attraeva e mi terrorizzava insieme, ma ero anche spinta a cercare una via d’uscita dal calvario che stavo infliggendo alla mia famiglia.
Mi rivolsi, in preda a un’ansia da conato di vomito, a una celebre editor padovana, una giovane donna, bella e con una forte carica umana. Quando la incontrai, seppe mettermi subito a mio agio, mi promise di leggere i racconti e di essere, con me, sincera fino alla durezza, nel caso occorresse.
I giorni che passarono dopo la consegna dei racconti furono una tortura cinese per me, e per la mia famiglia di conseguenza.
Quando l’editor mi chiamò per comunicarmi l’esito delle sue letture, le gambe mi facevano “giacomo giacomo”. Il responso fu positivo, un po’ di editing e poi si poteva tentare di proporre i racconti alle case editrici.
La mia gioia era insostenibile. Per settimane divenni una madre e una moglie ideale, non toccavo più la tastiera, ma preparavo pranzi e cene da grande chef per cercare di farmi perdonare l’abiezione in cui ero caduta nei mesi precedenti.
La felicità toccò lo zenit quando, dopo solo un mese di tentativi, trovai l’editore disposto a pubblicarmi.
Com’ è cominciata la storia di Mamma Simona? Ecco il riassunto delle vecchie puntate!
Il mio bambino ha un’intelligenza “diversa”
giugno 12, 2009 by mammenellarete
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Il mio penultimo figlio, Alessio di quasi 8 anni,è stato molto desiderato. È nato quando le mie prime figlie avevano 6 anni, dopo una gravidanza difficile che, a causa di un distacco di placenta, mi ha costretto a letto per molti mesi. Come mi è accaduto per ognuno dei miei figli, anche con lui è stato “amore a prima vista”.
È nato bello e sano e cicciottello.
Fino ai suoi tre anni, nessuno si è accorto che c’era in lui qualcosa di “diverso”. Le sue tappe di sviluppo sono state nella norma, anche se – rispetto alle sorelle prima e al fratello più piccolo dopo – un po’ tardive.
In particolare è stato più difficile, rispetto agli altri, togliergli il pannolino e insegnargli il controllo degli sfinteri. Anche il linguaggio si è presentato tardi, con una lieve “dislalia” (errori di pronuncia che però sono molto diffusi nei bambini piccoli), però ha parlato subito con una tale proprietà di linguaggio che abbiamo continuato a pensare che tutto andasse bene.
A tre anni, iniziata la scuola materna, sono cominciati a “suonare” i primi campanelli d’allarme. Il mio bambino, innanzitutto, aveva un problema che proprio non riuscivo a spiegarmi: la “scialorrea”. Ossia, non deglutiva la saliva e aveva sempre un “rivoletto” che gli arrivava sul mento. Per questo motivo gli altri bambini avevano cominciato a prenderlo in giro o gli stavano lontani.
Ma il suo pediatra non ci trovava niente di particolarmente strano. Se ad un certo punto abbiamo aperto gli occhi dobbiamo ringraziare le sue maestre F. e M. Loro si sono accorte che qualcosa non andava: Alessio sembrava a volte non sentire quello che loro dicevano, si distraeva molto facilmente e loro, con grandissimo tatto, ci misero a parte dei loro dubbi e così, grazie a loro, Alessio ha potuto ricevere l’aiuto di cui aveva bisogno. Alessio, che ha quasi finito la prima elementare in un altro quartiere, se le ricorda ancora, tanto ha voluto loro bene (e tanto gliene hanno voluto loro)…
Dopo la loro segnalazione abbiamo seguito l’iter “classico” e cioè test audiometrico (negativo), valutazione logopedica e neuropsicomotoria, visita neuropsichiatrica infantile. La diagnosi è stata unanime: disprassia dell’età evolutiva.
Devo dire che è stata una doccia fredda.
Il mio bambino bellissimo e amatissimo era in qualche modo “diverso” dagli altri. Ho pianto tanto, nella mia mente si sono disegnati scenari futuri catastrofici. Insomma “digerire” una notizia del genere è stata davvero dura. Ma poi, abbiamo deciso di reagire e di capire cosa potevamo fare per lui.
Prima di tutto ci siamo documentati su questo disturbo che, purtroppo, pur essendo parecchio diffuso (circa il 6% della popolazione, soprattutto maschile), è misconosciuto in Italia (soprattutto nelle scuole, devo dire…).
Di cosa si tratta esattamente?
Potrei scriverci un trattato, ma per spiegarlo in poche parole, si tratta di una difficoltà o incapacità di compiere azioni coordinate tra loro al fine di ottenere uno scopo preciso. Questi bambini, riescono a raggiungere determinati obiettivi solo dopo che qualcuno abbia mostrato loro molte volte la sequenza esatta da eseguire, finché non la assimilano.
In parole molto povere, mentre ognuno di noi quando fa un tentativo, se sbaglia non ripete l’errore e prova in un altro modo cercando la “giusta strategia”, un bambino disprattico (o disprassico) continuerà a provare nello stesso modo continuando a commettere gli stessi errori. Spesso la disprassia è associata ad altri Disturbi Specifici dell’Apprendimento come la dislessia, la disgrafia, la discalculia, la disortografia. Ma questi sono difficilmente diagnosticabili prima dell’età scolare e la diagnosi “ufficiale” può essere fatta solo verso la fine della seconda elementare.
Sulle cause della disprassia, gli scienziati non sono concordi. Quindi, in realtà, non si conoscono: sono state avanzate molte ipotesi ma nessuna è stata confermata come “la verità”. Nella maggior parte dei casi, comunque, il quoziente intellettivo di questi bambini è nella media e in molti casi superiore alla media.
Dopo la diagnosi, è iniziato il vero “calvario” per cercare un centro che potesse seguirlo. I medici dicevano che un intervento riabilitativo doveva essere precoce, e noi eravamo preoccupatissimi. Non potevamo permetterci una terapia in una struttura privata, così ci siamo dovuti mettere in lista d’attesa facendo domanda presso tutti i possibili centri accreditati. Dopo una certa fatica (e un paio d’anni) siamo riusciti a fargli iniziare la terapia a carico del Servizio Sanitario Nazionale, in un centro convenzionato, la UILDM che si occupa di lui e in un certo senso anche di tutti noi.
Alessio fa terapia neuropsicomotoria e logopedica 5 volte alla settimana. In due anni di terapia i suoi progressi sono stati superiori ad ogni aspettativa. Il merito va all’équipe che lo segue, ma un po’ di merito voglio darlo anche a lui, alla sua grandissima forza di volontà, alla sua voglia di riuscire.
Adesso Alessio ha quasi finito la prima elementare (gli abbiamo fatto fare “permanenza” un anno in più alla materna, per permettere di raggiungere le competenze adeguate ad affrontare la prima elementare). Nel corso di questo anno, che pure è andato bene dal punto di vista didattico, Alessio presenta anche caratteristiche tipiche di dislessia, disgrafia e disortografia (legge con difficoltà, confonde alcune lettere, fa una gran fatica ad usare il corsivo, scrive i numeri in modo speculare e non riesce a ricordare autonomamente le regole ortografiche). Le sue maestre dicono che capisce le cose al volo e, per quest’anno, anche se con qualche difficoltà, è riuscito a “compensare” con la sua intelligenza e caparbietà le richieste scolastiche.
Su Facebook ho conosciuto, grazie un gruppo dedicato proprio alla disprassia un sito ed un forum dedicato alla dislessia e ai DSA (Disturbi specifici dell’Apprendimento) in generale: www.dislessia.org Per me trovare questo forum è stato come trovare un’oasi nel deserto: mi sono sentita capita e spronata a lottare ancora per mio figlio, perché possa avere le stesse possibilità date agli altri bambini.
Per concludere, di una cosa Alessio potrà sempre essere certo: i suoi genitori saranno sempre dalla sua parte, lo incoraggeranno e lotteranno sempre per lui.





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