Mamma Simona: “è nato”
febbraio 19, 2010 by mammenellarete
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E’ stato a tutti gli effetti il mio terzo parto. Adesso lo guardo, è li, vestito di giallo e azzurro, bellissimo… almeno per me.
Non è grosso, ma nemmeno sottopeso: diciamo che ha sostanza.
Ci sono voluti circa nove mesi per prepararlo, ma nella mia mente lui era lì, presente e vivo, già da qualche anno.
E’ il mio primo libro, “La mente e le rose”: da fine febbraio sarà nelle librerie, ma sarà possibile acquistarlo on line già dal 17, andando sul sito di Internet Slowbookfarm (Isbf), una nuova “libreria di qualità” in Rete.
Io sono la mamma, il papà è un editore toscano, non grande ma solido e agguerrito. Si chiama Giulio Milani e la sua casa editrice è Transeuropa, famosa per aver pubblicato, fra gli altri, lo scrittore cult degli anni Ottanta, Pier Vittorio Tondelli.
Mamma Simona: “E’ arrivato Carnevale”
febbraio 12, 2010 by mammenellarete
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E a Carnevale ogni scherzo vale… anche quello di farti spendere molti soldi per i costumi dei bambini.
Ai miei tempi – ricordo – il costume me lo faceva la mamma. Non mi piaceva mai troppo, magari ero una principessa o una fatina venuta male, però lei risparmiava. E comunque si rifaceva con il trucco e l’acconciatura, in questo era impeccabile.
Soltanto un anno ebbi in dono da uno zio tornato dal Brasile un “vero” costume da fata, azzurro come il cielo e fitto di stelle argentate. Con il cono di tessuto in testa, dal quale pendeva una vezzosa veletta bianca, mi sentivo unica inimitabile.
In realtà, in giro c’erano altre fate come me, azzurre o rosa, ma non importava. Era il fatto di avere un costume “comprato” che mi rendeva speciale.
Mamma Simona: E la coppia…
febbraio 4, 2010 by mammenellarete
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… scoppia. O meglio latita… si diluisce si slava si decolora si sgonfia come un soufflé venuto male.
Due lavori coinvolgenti – che richiedono tempo, presenza mentale e fisica, assenze ripetute da casa –, due figli splendidi ripieni di esigenze come bignè trionfanti di crema.
Non serve altro, ma se proprio si vogliono arricchire gli ingredienti, ci si può aggiungere – a piacere – qualche preoccupazione economica, un problemino di salute, le macchie di umidità in casa o il freddo che fa quest’anno.
Le prime avvisaglie della latitanza erotica sono subdole, difficili a cogliersi:
Mamma Simona: “Mia figlia ha contratto l’adolescenza”
gennaio 22, 2010 by mammenellarete
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Alcuni giorni fa mi sono accorta, con allarme, che mia figlia Sofia, di nove anni, ha preso l’adolescenza.
Mi esprimo così, come se si trattasse di un virus, perché è proprio quello che penso.
Mi rifiuto di accettare l’idea che una novenne, in età prepubere, sia entrata a pieno titolo nell’adolescenza. Così ritengo che si tratti piuttosto di un malanno passeggero o, volendo usare una metafora più teatrale, delle prove generali di ciò che avverrà in un’età più adeguata.
Ne ho parlato con le mie amiche e mi sono scoraggiata. Tante mi hanno detto: “cosa vuoi, il mondo è cambiato, l’adolescenza inizia prima e finisce sempre più tardi – se mai finisce”.
Oppure: “tua figlia è una ragazzina intelligente, estremamente precoce, vuoi che non lo sia anche in questo?”.
Mamma Simona: “I nostri bambini mezzi moldavi”
gennaio 13, 2010 by mammenellarete
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Abbiamo la colf moldava.
A metterla giù così, quest’espressione ha due grandi fallacie, una etica, l’altra logica: suona orribilmente borghese ed è falsa.
Innanzitutto Valentina non può in nessun modo esser definita una colf. Se non “suonasse” ancora peggio, sarebbe meglio definirla una “serva padrona” di pergolesiana memoria. Ma non è neppure così.
Mamma Simona: quando la mamma è in vacanza
novembre 30, 2009 by mammenellarete
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Quando la mamma è in vacanza
Oppure a un convegno, che dura “tre giorni tre”, il venerdì, il sabato e la domenica.
Il peggio è lasciare un marito e due figli da soli proprio nelle uniche giornate della settimana in cui si riesce a stare insieme, in cui non c’è scuola né lavoro.
Ma la mamma deve andare, il venerdì mattina la sua valigia rossa è pronta all’ingresso: “avrò preso tutto? Dunque, il brano da leggere in pubblico, le calze marroni e viola – sì proprio così – lo spazzolino e la spazzola, il mascara a effetto potenziato e la crema da notte da usare di giorno…”. Niente giocattolini, merendine e succhetti, libri su topi che fanno i giornalisti? Niente di niente… che strana partenza!
All’inizio sono felice, guido verso la città in cui si tiene il convegno con la radio accesa su canali di musica pop/rock, fumo due sigarette in macchina – incredibilmente trasgressiva – e mi sento una ragazza quando faccio una pausa per il caffè all’autogrill.
Cominciano i lavori del convegno. Leggo il mio intervento e così fanno gli altri, poi si parla si parla si parla, poi si va a pranzo, poi si parla si parla si parla.
Telefonata in una pausa della prima giornata:
“Come state?”
“Noi benissimo. Come stai tu piuttosto”
“Bene. E’ interessante. Faccio nuove conoscenze. Ma i bambini?”
“Tranquilli. Xanthos è impegnato a nascondersi dalla gatta, Sofia studia matematica”
“Come studia matematica (abitualmente non lo fa)… non chiedono di me?”
“Per la verità… non ancora”
“Ah, vuol dire che stanno benone. A dopo”.
Telefonata la prima sera dall’albergo:
“mal di pancia, mal di piedi e mal di schiena”
“mi sembra di intuire che non stai bene”
“stanca… mi passi i piccoli? Anzi no, se no mi mancano ancora di più. Salutameli tu”
“Sarà fatto”
Telefonata in una pausa della seconda giornata:
“Sofia, come stai amore?”
“bene… devo studiare inglese”
“e matematica?”
“l’ho finita”
“sei un genio”
“no, è normale” – non mi sembra normale, ma evito di sottolinearlo. Retrogusto di pensiero – le cose vanno meglio senza di me?
Telefonata la sera del secondo giorno:
“odio quest’albergo, odio le mie scarpe coi tacchi, ho finito il mascara e non ho portato il dentifricio e poi… mi mancate come se non avessi più un braccio o una gamba”
“Anche tu ci manchi”
“Come se non aveste più un braccio o una gamba?”
“Si… la similitudine regge”
E meno male che regge lei, perché io non reggo più.
Telefonata in una pausa del terzo giorno:
“Xanthos?”
Singhiozzi
“Xanthos… sono mamma”
Singhiozzi più forti
“Piccolo torno stasera”
Cade la comunicazione.
Saluti, baci e abbracci, sentiamoci – il convegno si chiude.
M’infilo in macchina e violo qualche limite di velocità, cuocendo nel mio brodo primordiale di sensi di colpa e felicità da rientro.
Finalmente la via di casa.
Leggi tutta la storia di Mamma Simona!
Mamma Simona diventa zia
novembre 2, 2009 by mammenellarete
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La “ziitudine” è una categoria della mente e un’inclinazione dell’animo che ho fatto sempre fatica a concepire.
Che cosa sono uno zio e una zia?
Dei genitori in seconda?
Ma per quello ci sono già i nonni.
Una mamma e un papà alternativi, sempre sorridenti, che non rimproverano mai? Già, fino al momento in cui il caro nipotino non abbatte a pallonate il loro “moretto da tavola” del settecento.
Una coppia di parenti stretti che amano i loro nipoti quasi come i genitori? E come la mettiamo con quegli zii che vedono i nipotini alla nascita e poi si ripresentano solo il giorno della loro laurea?
Coloro che mettono al mondo i cugini? Ma questo come li lega direttamente ai nipoti?
E poi, c’è differenza fra lo zio consanguineo e lo zio acquisito?
Tutte queste domande, e altre ancora, mi hanno sempre tormentato, fino al giorno in cui dalla teoria sono passata alla pratica.
Mia sorella, più giovane di me di sei anni, è rimasta incinta un giorno di sedici mesi fa.
Sin da quando me lo ha comunicato, ho cominciato a “sentire” cosa vuol dire essere zia, piuttosto che tentare di capirlo razionalmente, come avevo sempre tentato di fare.
Innanzitutto, durante i suoi nove mesi di gravidanza, anch’io sono ingrassata di otto chili.
Poi sono diventata assolutamente irrazionale, come se avessi acquisito la combinazione ormonale di una gestante. Passavo attraverso diversi stati mentali che alteravano tutti la realtà, del tipo:
1. Mia sorella è troppo giovane per essere già incinta (Claudia ha 34 anni)
2. Lavora troppo, si stancherà, deve stare a riposo (questo perché “la gravidanza non è una malattia”)
3. Si nutriranno in modo adeguato lei e il feto? Claudia sta prendendo troppo poco peso (mia sorella è esperta di nutrizione)
A latere di queste preoccupazioni assolutamente infondate, si sviluppavano nella mia testa vari interrogativi, dai più banali ai più cupi:
1. Sarà maschio o femmina?
2. Saprò amarlo?
3. E lui mi ricambierà?
Le risposte ai miei dubbi sono arrivate quando è nata Cinzia, una mattina di sette mesi fa.
L’ho presa in braccio e l’ho riconosciuta: era lei, la mia nipotina, e non poteva che essere così, con il suo taglio d’occhi, la sua boccuccia a fiore e il suo tenero incarnato. Dopo circa venti giorni dalla nascita già mi sorrideva con dolcezza (inutile ripetermi che prima dei due mesi di vita non sviluppano il sorriso intenzionale, non ci crederò mai).
Avendo fede nella reincarnazione, ritengo che io e lei ci siamo già incontrate in un’altra vita, e in quella vita eravamo sicuramente unite da un legame affettivo. Mio marito mi ha detto di aver provato la stessa sensazione di riconoscimento, è questo è già più strano perché lui non è un consanguineo.
Mi sono risposta che dev’essere come nell’adozione: una mamma e un papà che adottano un bambino diventano i suoi genitori a tutti gli effetti, anche se non hanno alcun legame di sangue con lui.
Così chi diventa zio, anche se acquisito, si arricchisce di una nuova dimensione dell’affettività della quale non si libererà più, quali che siano le vicende esistenziali di ciascuno.
Però mi rendo conto che, da una zia che scrive per mestiere, la piccola Cinzia può aspettarsi di più delle coccole e dei bacetti. Magari delle fiabe scritte solo per lei. Ma intanto, finché è così piccina mi piace dedicarle su questo blog una poesia:
Cinzia a sette mesi
Splendida mordicchiosa,
golosa di bacetti.
Tu con sovrana indifferenza,
come lei stessa faceva,
indossi dell’amata
di Properzio poeta
il nome esotico e sensuale.
Coccola miagolosa
dagli occhi d’oriente,
mi guardi e mi sorridi
e intanto pensi
“femmina mosaicata
con tessere di mamma,
imitazione pessima
di ciò che di meglio
finora mi offre il mondo”
Leggi la storia di Mamma Simona. Com’è cominciata?
Mamma Simona: chi è papà Germano?
ottobre 26, 2009 by mammenellarete
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Mamma Simona continua con il raccontarci la storia della sua baby sitter.
Ma chi è papà Germano?
I bambini sciamavano nel cortile, dopo la scuola, urlando “tuo padre è un deficiente”.
Adele, di ritorno dal lavoro, si forzava di ignorarli mentre cercava le chiavi per aprire il portone di casa.
Intanto, Mariella invecchiava non bene né serenamente. Aveva tanti problemi di salute e alla fine, per un’operazione sbagliata, perse la vista da un occhio mentre già dall’altro non vedeva quasi niente.
Accentuò il suo carattere da segno di fuoco e divenne nervosa e intrattabile, se la prendeva con tutti per un nonnulla, ma il suo obiettivo preferito era il marito. A volte scoppiava a piangere disperata perché si sentiva vecchia e finita, poi all’improvviso, come per uno scatto da bestia, si metteva a urlare contro Germano: “brutto demente, non mi servi a niente, non sai neanche buttare via la spazzatura, ma perché non te ne vai di casa una volta per tutte?”. Germano non se la prendeva, abbracciava Adele e Annina e diceva loro “vostra madre è una brava donna, è solo tanto sfortunata”.
Adele si stupiva sempre del buon carattere di suo padre: voleva bene a tutti, non si arrabbiava mai, non serbava rancori. Forse per questo non si era mai ammalato seriamente e, tante volte nella vita, era sfuggito a una morte certa.
I genitori di Germano, che di questo strano primogenito si vergognavano non poco, lo spinsero, sin da giovanissimo, a imboccare un’improbabile carriera militare. Andò a combattere durante la seconda guerra mondiale e come non fosse morto lo sa solo iddio. Finita la guerra, il padre lo mandò nella legione straniera, e anche da lì Germano tornò, dopo due anni, forse dimagrito e stanco, ma vivo e vispo come un grillo.
Alla fine della sua vita da soldato riuscì a sistemarsi alla Croce Rossa, grazie alle conoscenze paterne. Non era un vero e proprio impiegato, che non si poteva impiegarlo in niente e non aveva stipendio, ma stava lì a mangiare e a dormire ed era comunque ben disposto e sorridente verso tutti. Fu in quel periodo che conobbe Mariella, se ne innamorò perdutamente, nonostante lei avesse già una figlia, e fu felice come non mai quando lei accettò di sposarlo.
Galante ed elegante, faceva la sua bella figura quando andava a trovarla a casa dei suoi datori di lavoro. Mariella sapeva di non poterlo amare, ma non si trovava nelle condizioni di rifiutare un qualsiasi pretendente, soprattutto se rampollo di una famiglia con qualche grado di nobiltà. Famiglia che, appena il primogenito prese moglie, scomparve volentieri e per sempre dalle scene della sua vita.
Così Germano mise da parte la divisa e si adattò a fare lo spazzino, per mantenere moglie e figlie dignitosamente. Questo finché lo stato non gli riconobbe ciò che era evidente a tutti da sempre: il suo ritardo mentale, e gli concesse la pensione d’invalido civile.
Adele non ha nessuna vergogna di quel papà ritardato, che è morto col sorriso sulla faccia, mentre lei gli teneva la mano, pochi anni dopo la morte della moglie. Anzi ne parla volentieri quando le chiedono dei suoi genitori. Una sera è andata al cinema con la sorella Anna che nel frattempo si è sposata e divorziata e risposata ancora: hanno visto Forrest Gump e hanno pianto tutte e due come bambine.
Adele è orgogliosa di papà Germano, lo porta sempre con sé nel cuore, ed è convinta che lui veda ancora ciò che le succede, attraverso di lei coi suoi occhi magici.
Storie senza fine
Ecco le puntate precedenti della storia di Mamma Simona!
Mamma Simona racconta la storia di mamma Mariella
ottobre 19, 2009 by mammenellarete
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Come continua la storia della babysitter di Mamma Simona?
Scopriamolo insieme!
Spesso Mariella si trovava a pensare al padre naturale della sua prima figlia, Paolo. L’aveva conosciuto a sedici anni e da subito l’aveva adorato come un dio.
Paolo era un diciottenne bello e forte, ma sapeva essere anche sensibile.
A lui aveva affidato i suoi ricordi di un’infanzia piena di dolori. Diventata orfana di madre a sei anni, Mariella si ritrovò con un padre che di lei non sapeva che farsene. Fu “consegnata”, allora, alla nonna paterna, una donna di ferro e di legno, che non conosceva tenerezze né affetto.
La usava come aiuto in casa e, in cambio, le dava da mangiare e un letto – anzi, non proprio un letto, una vecchia culla riadattata dove Mariella dormiva tutta accartocciata – e questo era quanto.
A dodici anni, la mandò a servizio da una famiglia ricca del circondario. All’inizio Mariella andava lì due volte a settimana, poi ogni giorno, poi, quando crebbe un altro po’, si decise che avrebbe dormito dai suoi padroni per accudire i due bambini della sciura, che nel frattempo erano arrivati.
Da allora, la nonna di Mariella divenne un’assenza accettabile nella vita della ragazza, senza grandi rimpianti da parte di nessuna delle due.
Fu normale per lei, che non conosceva amore, amare Paolo che le rivolgeva attenzioni, dolci parole e sapeva ascoltarla come nessuno prima.
Purtroppo anche Paolo la abbandonò, appena seppe della sua gravidanza, spezzandole irreparabilmente il cuore. Eppure qualcosa doveva essergli rimasto nell’anima di quel suo voltafaccia repentino, una sorta di contorcimento doloroso che lo portò, assieme ad altre sofferenze che Mariella ignorava, a suicidarsi due anni dopo.
Mariella, rimasta sola con Annina da crescere, giurò che non si sarebbe più innamorata. E così fu. Però si risposò, quando Annina aveva cinque anni, con Germano Luzzardi, rampollo di una famiglia nobiliare decaduta.
E con Germano ebbe Adele.
Com’è cominciata la storia di Simona? Leggi le precedenti puntate!




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