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Il parto operativo: forcipe e ventosa

26 novembre 2009
Categoria: Parto, Slider

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Durante il parto, si può andare incontro a complicazioni che si concentrano, soprattutto nella fase espulsiva o in quella del travaglio. In questi casi i medici decideranno di andare avanti con il parto operativo, utilizzando alcuni strumenti per facilitare la fuoriuscita del bambino ed evitare di mettere in pericolo la sua vita e quella della mamma.

Il parto operativo può essere quello cesareo, in cui si effettua un piccolo taglio nell’ addome e nell’utero della mamma per permettere l’estrazione del feto; in genere si effettua in anestesia locale (spinale o epidurale); oppure in anestesia totale.
La donna, nella fase espulsiva, può risultare completamente dilatata, ma o per stanchezza fisica, mentale, oppure per via dell’utilizzo dell’epidurale; le sue contrazioni divengono meno efficaci e la spinta risulta abbastanza debole.
Quando invece si tratta di parto naturale, i medici possono decidere di utilizzare due strumenti abbastanza conosciuti: il forcipe e la ventosa.

Il forcipe è uno strumento metallico costituito da due branche metalliche curvate che favoriscono la presa e sono facilmente adattabili al canale del parto. Viene inserito dall’operatore con una lieve trazione verso il basso (seguendo il movimento di rotazione che avviene nel parto spontaneo) e viene posto ai lati della testa del bambino. Il suo uso è ristretto ad alcuni casi: quando c’è dilatazione completa, le membrane sono rotte e quando la posizione del feto è ben conosciuta. L’utilizzo del forcipe sta diventando sempre minore per via delle lacerazioni che può comportare, come quelle alle pareti vaginali, alla vescica o al retto.
Inoltre, se non utilizzato bene, si può andare incontro a lesioni fetali, come emorragie cerebrali ed altri tipi di lesioni che possono provocare handicap fisici e psichici al bambino.
Si ricorre a questo strumento quando c’è un prolungamento o arresto del travaglio, quando la partoriente è molto stanca e nel caso in cui ci sono segnali di insofferenza fetale e non è possibile procedere con il taglio cesareo.
L’utilizzo del forcipe comporta solo lievi arrossamenti e piccole abrasioni sul viso del bambino che scompaiono nel giro di qualche giorno.

La ventosa è l’altro strumento utilizzato nel parto operativo per facilitare la presa del bambino. È costituita da una coppa metallica di 3/6 cm circa di diametro e collegata ad un tubo aspirante. All’estremità opposta della coppa vi è una catenella con una maniglia, per facilitare la presa. La pompa della ventosa viene inserita nella vagina della partoriente e la ventosa si attacca alla testa del bambino in modo da tirarla fuori. In qualche minuto nella coppa si crea un vuoto di pressione: la ventosa si salda alla testa del piccolo.
L’operatore esercita una piccola trazione verso il basso e tira la testa del feto verso il canale del parto. A differenza del forcipe, la ventosa non crea lesioni al piccolo perché, qualora dovesse essere utilizzata in modo sbagliato, questa può solo staccarsi dalla testa e non provocare nulla di lesivo, nemmeno alla mamma.

Si ricorre alla ventosa quando la donna non riesce più a collaborare fisicamente con le spinte, quando è necessario accelerare il parto perché, a causa dell’inefficacia delle contrazioni uterine, c’è un ritardo di progressione (verso il canale del parto) della testa del bambino.
La ventosa, come già detto, non crea lesioni come quelle che potrebbe comportare il forcipe, può solo comportare la comparsa di piccole raccolte ematiche sullo scalpo del piccolo che si riassorbono nel giro di qualche settimana.

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