Mamma Simona: E la coppia…
febbraio 4, 2010 by mammenellarete
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… scoppia. O meglio latita… si diluisce si slava si decolora si sgonfia come un soufflé venuto male.
Due lavori coinvolgenti – che richiedono tempo, presenza mentale e fisica, assenze ripetute da casa –, due figli splendidi ripieni di esigenze come bignè trionfanti di crema.
Non serve altro, ma se proprio si vogliono arricchire gli ingredienti, ci si può aggiungere – a piacere – qualche preoccupazione economica, un problemino di salute, le macchie di umidità in casa o il freddo che fa quest’anno.
Le prime avvisaglie della latitanza erotica sono subdole, difficili a cogliersi:
Mamma Simona: Quest’anno il Natale sarà diverso
dicembre 14, 2009 by mammenellarete
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… non lo diciamo tutti – tutti gli anni?
La lista dei buoni propositi per il cambiamento è potenzialmente infinita, ognuno ne formula alcuni e li coltiva fermamente dentro di sé, in base alle proprie convinzioni e convenzioni. Di seguito solo alcuni esempi.
Quest’anno:
1. faremo solo regali utili (n.d.r. niente giocattoli), per dire “basta” al consumismo imperante
2. andremo alla Messa di mezzanotte, anche se fuori nevica o si rischia di spaccarsi il femore sul gelo, per sentire il vero spirito del Natale
3. non faremo cenoni, pranzoni abbuffate varie con l’unico risultato di avere la nausea e un cerchio alla testa da intossicazione alimentare per i restanti giorni festivi, nonché almeno tre chili di troppo e un umore cha fa schifo
4. non faremo l’albero di Natale, né il presepe, né adorneremo la casa con decorazioni inutili, costose e di pessimo gusto
5. Non faremo la spola fra Roma, Napoli e Vicenza per fare gli auguri, ai suoceri, ai genitori, alla zia. Li andremo a trovare quando vorremo e non quando “si deve”
E così via…
I veri problemi arrivano solo dopo la formulazione dei propositi che è agevole e ci fa sentire decisamente meglio – originali, spirituali, anticonformisti, risparmiatori etc. Arrivano all’atto della messa in pratica, all’incirca verso il 5 dicembre, quando i bambini (che sono i più grandi tradizionalisti che la storia conosca) cominciano a fare osservazioni del tipo: “Mamma, quest’anno ho pensato che potremo comprare delle nuove palline colorate per l’albero, così sostituiamo quelle vecchie di secoli che abbiamo”. Dove trovare il coraggio di dire a un bimbo che ci guarda con gli occhi sfolgoranti di gioia, i capelli deliziosamente scompigliati, le gote accese come da una luce interna – praticamente il ritratto di un angelo – che quest’anno non soltanto non intendiamo fare spese voluttuarie, ma nemmeno adornare la casa?
Così cediamo e vediamo sgretolarsi sotto i nostri occhi il Mont Blanc di buoni propositi così accuratamente confezionato.
Si fa l’albero, grande grande come tutti glianni, Babbo Natale porta qualche giocattolo (via, almeno per i più piccoli!), s’invita la zia per la Vigilia e si decide che il giorno di Natale lo si passa coi suoceri mentre Santo Stefano coi genitori, anche se per farlo bisogna affrontare viaggi attraverso l’Italia festiva con bambini al seguito.
Alla fine s’ingrassa inevitabilmente, non tanto a causa di cene e pranzi di rito, quanto per il cibo che si fagocita compulsivamente fra un pasto e l’altro col fine di placare l’ansia
Devo ammetterlo, quest’anno sono fortunata. Certo anch’io ho fatto albero e presepe che invadono più di metà del salotto, ho promesso ai suoceri che andremo a trovarli, ho spedito a Babbo Natale le lettere dei miei bimbi ricolme di tenerezza e di richieste esose.
Però il la Vigilia, il giorno di Natale e quello Santo Stefano non lo passerò come al solito. Andremo tutti insieme in Tunisia
Passare quei giorni in un paese islamico mi sembra un ottimo esempio di tolleranza e melting pot. Istruttivo per i bambini, stimolante – e riposante – per i genitori, con in più la speranza di sfuggire a qualche giorno di gelo e ai chili in eccesso.
Sicuramente spirituale: è più facile, nei paesi poveri o in via di sviluppo, incontrare Gesù bambino.
Mamma Simona: è già natale…
novembre 18, 2009 by mammenellarete
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O da settembre, insomma da quando è iniziata la scuola per i miei bimbi.
È una sfolgorante mattina di fine estate – o inizio autunno – con un sole che imita ancora quello agostano, io coltivo segretamente il progetto di organizzare l’ultimo fine settimana al mare e gongolo pensando di protrarre l’abbronzatura ancora per qualche settimana. Sofia, che ha nove anni, si presenta in cucina con una splendida idea che mi distoglie violentemente dai miei pensieri di beata narcisa quarantenne.
“Mamma” fa lei, vocina imperiosa delle grandi occasioni “ho deciso, quest’anno sarò la prima della classe…”
“Ottima idea, cara, l’anno scorso in matematica non sei andata molto bene”
“Fammi finire, non interrompermi come al solito, sarò la prima della classe a scrivere la letterina a Babbo Natale”
“Perché?” dico io inghiottendo una sottile preoccupazione
“Perché così posso scegliere i regali migliori. Se mi riduco all’ultimo, come ogni anno, le cose più belle saranno andate via”.
Chi le ha trasmesso questa mentalità da centro commerciale? Sono fortemente tentata di rivelarle che Babbo Natale non esiste…ma in fondo ho anch’io qualche dubbio in merito quindi non mi esprimo e mi limito a dirle: “buona idea, ma cos’hai intenzione di chiedere quest’anno?”.
“Be’, visto che la mia letterina gli arriverà fra le prime, posso chiedere tutto quello che voglio”
“E cosa vuoi?” chiedo, inghiottendo una preoccupazione un po’ più spessa.
“L’iPhone come prima cosa…”
A questo punto non riesco più a inghiottire niente, la gola mi si è chiusa, ho il battito cardiaco lievemente accelerato e sudo. Mi succede tutte le volte che sento giungere il momento educativo, dove non basta più la mera conversazione ma bisogna passare agli insegnamenti etici. Non è mai stato facile per me.
Finito l’istante di panico, atteggio il volto a una benigna severità e comincio il mio sermone: “Tesoro, innanzitutto non vedo alcuna ragione valida per la quale una bambina di nove anni debba possedere un iPhone o un qualsiasi altro tipo di cellulare. Non ti serve, non sapresti come usarlo e, presto o tardi, lo romperesti o te lo faresti rubare. In secondo luogo, ma non è un considerazione meno importante, se tu chiedi a Babbo Natale un regalo così costoso, lui si sentirà costretto ad accontentarti perché sei una brava ragazzina, ma poi avrà meno risorse per rendere felici gli altri bambini della Terra, soprattutto quelli poveri che aspettano Natale per avere un bel giocattolo. Tu non vuoi che i bambini poveri rimangano senza giocattoli, vero?”
Lei ci pensa un po’ su e poi, come fa spesso, risponde adducendo altre argomentazioni: “Mamma, la maestra ci ha spiegato che le risorse del nostro pianeta sono limitate – è vero?”
“Certo che è vero, è per questo che bisogna proteggere l’ambiente naturale, non sfruttarlo eccessivamente, adottare fonti di energia rinnovabili…” Sofia mi blocca con la manina prima che io possa finire la conferenza sull’ecosistema e sullo sviluppo sostenibile .
“Invece, io ho letto sul libro di Harry Potter che le risorse della magia sono infinite”
“Ebbe’?” le rispondo con aria di stolida superiorità
“Babbo Natale è magico, lo sanno tutti, quindi ha risorse infinite”.
Battuta, sul piano dialettico, da una bambina di nove anni. E sì che con le parole ci lavoro.
A questo punto, come tutte le persone che rimangono senza argomenti, divento irrazionale e brutale: “Be’ scordati l’iPhone”.
“Ok, anche se non capisco cosa c’è di male a chiederlo. Non vuoi sentire il mio secondo desiderio?”
“Dimmelo” grugnisco rassegnata
“Chiederò a Babbo Natale di trovare una cura definitiva per il tuo piede”.
La abbraccio tra le lacrime, che bambina meravigliosa sto crescendo.
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Mamma Simona: quando il piccolo ha la febbre
novembre 9, 2009 by mammenellarete
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Quando mio figlio piccolo ha la febbre, il primo giorno è altissima. Il suo corpicino è incandescente, il termometro segna 39 e mezzo fissi, lui non mangia non beve e non dorme, piange disperato perché spesso ha anche male alle orecchie.
Cominciamo a vivere tutti in una bolla sospesa fra la vita di tutti i giorni e l’esistenza malefica del virus che l’ha colpito. Io, che in questo periodo lavoro in casa, sospendo tutte le attività, chiedo scusa ai miei committenti e dico agli altri e a me stessa “tanto è solo per qualche giorno”.
Il piccolo mi fa una tenerezza infinita, così spossato e indebolito da non riuscire nemmeno a guardare i suoi cartoni animati preferiti. Passo tutto il tempo a coccolarlo e a fargli la spremuta d’arancia, che lui regolarmente non beve perché “è amara”, anche se ci ho versato dentro mezzo chilo di zucchero.
Il secondo giorno la febbre è scesa a 38 e lui è già un po’ più vispo.
Il terzo ha solo una lieve alterazione della temperatura, riprende a mangiare e gioca come una furia. So bene che non dovrei portarlo fuori, ma il frigorifero è penosamente vuoto, così lo infagotto e andiamo a fare la spesa.
Preoccupatissima dal freddo polare emanato dal banco dei surgelati, animata dal senso di colpa per aver portato fuori il malatino anzitempo, faccio un giro velocissimo per il supermercato, prendendo a casaccio una montagna di roba, come se fosse scoppiata la guerra e dovessi riempire il mio bunker nascosto sottoterra.
Torno a casa trafelata.
Devo fare le scale col piccolo in braccio, che si rifiuta perentoriamente di camminare accusando un improvviso ritorno dei sintomi acuti, e le cinque borse di spesa fatta alla cieca.
Apro la porta di casa, dopo un’affannosa ricerca delle chiavi che sono al solito posto nella borsa, ma che io non trovo più a causa della stanchezza e del panico, scarico la spesa sul tavolo e medito di portare il bimbo e me stessa a fare un riposino.
Ma lui non vuole: adesso che i sintomi acuti sono, come per magia, scomparsi, vuole giocare. Sono stanca ma lo accontento, ci sediamo sul tappeto e tiriamo fuori tutti i robot, i dinosauri e i mostri che possediamo per inscenare una battaglia epocale.
Quando, alla fine di un lunghissimo gioco di ruolo, il piccolo è stanco e si addormenta sul divano, per me è già arrivata l’ora di preparare la cena.
Dopo sono così stravolta che non vedo l’ora di accasciarmi sul letto, ma il bambino, che ha riposato dalle 18 alle 19.30, non ne vuole sapere di andare a dormire alla solita ora. Si addormenta tardi, dopo quintali di favolette e carezzine, e io mi dico rasserenata “bene, domattina si sveglierà più tardi del solito”.
Alle sei di mattina è già in piedi e pretende la sua colazione.
Poverino, deve rimettersi.
E si rimette ben bene nei suoi giorni di convalescenza.
Sono giorni terribili: lui è vivace e giocherellone, ma si stanca presto e s’innervosisce per ogni cosa: la maglietta di lana che pizzica, la carne che è dura, il cartone animato che è finito. Io gli sto dietro mentre, nel mio animo, la tenerezza infinita dei primi giorni cede il passo a un malcelato senso di fastidio.
Arriva il giorno felice del suo ritorno all’asilo: lui ha le guance rosee, uno sguardo brillante, sembra perfino più alto e robusto. Esce di casa col padre trillando come un campanellino.
Io rimango sola e mi guardo allo specchio: occhi spenti, capelli non lavati, incarnato grigiastro – penso con angoscia “Dov’è finita la mia bellezza e la mia vitalità? Che ne sarà di me?”.
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Mamma Simona diventa zia
novembre 2, 2009 by mammenellarete
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La “ziitudine” è una categoria della mente e un’inclinazione dell’animo che ho fatto sempre fatica a concepire.
Che cosa sono uno zio e una zia?
Dei genitori in seconda?
Ma per quello ci sono già i nonni.
Una mamma e un papà alternativi, sempre sorridenti, che non rimproverano mai? Già, fino al momento in cui il caro nipotino non abbatte a pallonate il loro “moretto da tavola” del settecento.
Una coppia di parenti stretti che amano i loro nipoti quasi come i genitori? E come la mettiamo con quegli zii che vedono i nipotini alla nascita e poi si ripresentano solo il giorno della loro laurea?
Coloro che mettono al mondo i cugini? Ma questo come li lega direttamente ai nipoti?
E poi, c’è differenza fra lo zio consanguineo e lo zio acquisito?
Tutte queste domande, e altre ancora, mi hanno sempre tormentato, fino al giorno in cui dalla teoria sono passata alla pratica.
Mia sorella, più giovane di me di sei anni, è rimasta incinta un giorno di sedici mesi fa.
Sin da quando me lo ha comunicato, ho cominciato a “sentire” cosa vuol dire essere zia, piuttosto che tentare di capirlo razionalmente, come avevo sempre tentato di fare.
Innanzitutto, durante i suoi nove mesi di gravidanza, anch’io sono ingrassata di otto chili.
Poi sono diventata assolutamente irrazionale, come se avessi acquisito la combinazione ormonale di una gestante. Passavo attraverso diversi stati mentali che alteravano tutti la realtà, del tipo:
1. Mia sorella è troppo giovane per essere già incinta (Claudia ha 34 anni)
2. Lavora troppo, si stancherà, deve stare a riposo (questo perché “la gravidanza non è una malattia”)
3. Si nutriranno in modo adeguato lei e il feto? Claudia sta prendendo troppo poco peso (mia sorella è esperta di nutrizione)
A latere di queste preoccupazioni assolutamente infondate, si sviluppavano nella mia testa vari interrogativi, dai più banali ai più cupi:
1. Sarà maschio o femmina?
2. Saprò amarlo?
3. E lui mi ricambierà?
Le risposte ai miei dubbi sono arrivate quando è nata Cinzia, una mattina di sette mesi fa.
L’ho presa in braccio e l’ho riconosciuta: era lei, la mia nipotina, e non poteva che essere così, con il suo taglio d’occhi, la sua boccuccia a fiore e il suo tenero incarnato. Dopo circa venti giorni dalla nascita già mi sorrideva con dolcezza (inutile ripetermi che prima dei due mesi di vita non sviluppano il sorriso intenzionale, non ci crederò mai).
Avendo fede nella reincarnazione, ritengo che io e lei ci siamo già incontrate in un’altra vita, e in quella vita eravamo sicuramente unite da un legame affettivo. Mio marito mi ha detto di aver provato la stessa sensazione di riconoscimento, è questo è già più strano perché lui non è un consanguineo.
Mi sono risposta che dev’essere come nell’adozione: una mamma e un papà che adottano un bambino diventano i suoi genitori a tutti gli effetti, anche se non hanno alcun legame di sangue con lui.
Così chi diventa zio, anche se acquisito, si arricchisce di una nuova dimensione dell’affettività della quale non si libererà più, quali che siano le vicende esistenziali di ciascuno.
Però mi rendo conto che, da una zia che scrive per mestiere, la piccola Cinzia può aspettarsi di più delle coccole e dei bacetti. Magari delle fiabe scritte solo per lei. Ma intanto, finché è così piccina mi piace dedicarle su questo blog una poesia:
Cinzia a sette mesi
Splendida mordicchiosa,
golosa di bacetti.
Tu con sovrana indifferenza,
come lei stessa faceva,
indossi dell’amata
di Properzio poeta
il nome esotico e sensuale.
Coccola miagolosa
dagli occhi d’oriente,
mi guardi e mi sorridi
e intanto pensi
“femmina mosaicata
con tessere di mamma,
imitazione pessima
di ciò che di meglio
finora mi offre il mondo”
Leggi la storia di Mamma Simona. Com’è cominciata?
Mamma Simona: chi è papà Germano?
ottobre 26, 2009 by mammenellarete
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Mamma Simona continua con il raccontarci la storia della sua baby sitter.
Ma chi è papà Germano?
I bambini sciamavano nel cortile, dopo la scuola, urlando “tuo padre è un deficiente”.
Adele, di ritorno dal lavoro, si forzava di ignorarli mentre cercava le chiavi per aprire il portone di casa.
Intanto, Mariella invecchiava non bene né serenamente. Aveva tanti problemi di salute e alla fine, per un’operazione sbagliata, perse la vista da un occhio mentre già dall’altro non vedeva quasi niente.
Accentuò il suo carattere da segno di fuoco e divenne nervosa e intrattabile, se la prendeva con tutti per un nonnulla, ma il suo obiettivo preferito era il marito. A volte scoppiava a piangere disperata perché si sentiva vecchia e finita, poi all’improvviso, come per uno scatto da bestia, si metteva a urlare contro Germano: “brutto demente, non mi servi a niente, non sai neanche buttare via la spazzatura, ma perché non te ne vai di casa una volta per tutte?”. Germano non se la prendeva, abbracciava Adele e Annina e diceva loro “vostra madre è una brava donna, è solo tanto sfortunata”.
Adele si stupiva sempre del buon carattere di suo padre: voleva bene a tutti, non si arrabbiava mai, non serbava rancori. Forse per questo non si era mai ammalato seriamente e, tante volte nella vita, era sfuggito a una morte certa.
I genitori di Germano, che di questo strano primogenito si vergognavano non poco, lo spinsero, sin da giovanissimo, a imboccare un’improbabile carriera militare. Andò a combattere durante la seconda guerra mondiale e come non fosse morto lo sa solo iddio. Finita la guerra, il padre lo mandò nella legione straniera, e anche da lì Germano tornò, dopo due anni, forse dimagrito e stanco, ma vivo e vispo come un grillo.
Alla fine della sua vita da soldato riuscì a sistemarsi alla Croce Rossa, grazie alle conoscenze paterne. Non era un vero e proprio impiegato, che non si poteva impiegarlo in niente e non aveva stipendio, ma stava lì a mangiare e a dormire ed era comunque ben disposto e sorridente verso tutti. Fu in quel periodo che conobbe Mariella, se ne innamorò perdutamente, nonostante lei avesse già una figlia, e fu felice come non mai quando lei accettò di sposarlo.
Galante ed elegante, faceva la sua bella figura quando andava a trovarla a casa dei suoi datori di lavoro. Mariella sapeva di non poterlo amare, ma non si trovava nelle condizioni di rifiutare un qualsiasi pretendente, soprattutto se rampollo di una famiglia con qualche grado di nobiltà. Famiglia che, appena il primogenito prese moglie, scomparve volentieri e per sempre dalle scene della sua vita.
Così Germano mise da parte la divisa e si adattò a fare lo spazzino, per mantenere moglie e figlie dignitosamente. Questo finché lo stato non gli riconobbe ciò che era evidente a tutti da sempre: il suo ritardo mentale, e gli concesse la pensione d’invalido civile.
Adele non ha nessuna vergogna di quel papà ritardato, che è morto col sorriso sulla faccia, mentre lei gli teneva la mano, pochi anni dopo la morte della moglie. Anzi ne parla volentieri quando le chiedono dei suoi genitori. Una sera è andata al cinema con la sorella Anna che nel frattempo si è sposata e divorziata e risposata ancora: hanno visto Forrest Gump e hanno pianto tutte e due come bambine.
Adele è orgogliosa di papà Germano, lo porta sempre con sé nel cuore, ed è convinta che lui veda ancora ciò che le succede, attraverso di lei coi suoi occhi magici.
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Ecco le puntate precedenti della storia di Mamma Simona!
Mamma Simona racconta la storia di mamma Mariella
ottobre 19, 2009 by mammenellarete
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Come continua la storia della babysitter di Mamma Simona?
Scopriamolo insieme!
Spesso Mariella si trovava a pensare al padre naturale della sua prima figlia, Paolo. L’aveva conosciuto a sedici anni e da subito l’aveva adorato come un dio.
Paolo era un diciottenne bello e forte, ma sapeva essere anche sensibile.
A lui aveva affidato i suoi ricordi di un’infanzia piena di dolori. Diventata orfana di madre a sei anni, Mariella si ritrovò con un padre che di lei non sapeva che farsene. Fu “consegnata”, allora, alla nonna paterna, una donna di ferro e di legno, che non conosceva tenerezze né affetto.
La usava come aiuto in casa e, in cambio, le dava da mangiare e un letto – anzi, non proprio un letto, una vecchia culla riadattata dove Mariella dormiva tutta accartocciata – e questo era quanto.
A dodici anni, la mandò a servizio da una famiglia ricca del circondario. All’inizio Mariella andava lì due volte a settimana, poi ogni giorno, poi, quando crebbe un altro po’, si decise che avrebbe dormito dai suoi padroni per accudire i due bambini della sciura, che nel frattempo erano arrivati.
Da allora, la nonna di Mariella divenne un’assenza accettabile nella vita della ragazza, senza grandi rimpianti da parte di nessuna delle due.
Fu normale per lei, che non conosceva amore, amare Paolo che le rivolgeva attenzioni, dolci parole e sapeva ascoltarla come nessuno prima.
Purtroppo anche Paolo la abbandonò, appena seppe della sua gravidanza, spezzandole irreparabilmente il cuore. Eppure qualcosa doveva essergli rimasto nell’anima di quel suo voltafaccia repentino, una sorta di contorcimento doloroso che lo portò, assieme ad altre sofferenze che Mariella ignorava, a suicidarsi due anni dopo.
Mariella, rimasta sola con Annina da crescere, giurò che non si sarebbe più innamorata. E così fu. Però si risposò, quando Annina aveva cinque anni, con Germano Luzzardi, rampollo di una famiglia nobiliare decaduta.
E con Germano ebbe Adele.
Com’è cominciata la storia di Simona? Leggi le precedenti puntate!
Mamma Simona: l’infanzia di Adele
ottobre 12, 2009 by mammenellarete
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Continua il racconto di Mamma Simona che ci racconta l’infanzia di Adele…
I suoi occhi non erano magici alla nascita, anzi erano occhi marroni, tanto comuni che sua madre si rammaricò che non avesse preso quelli del padre, di un bel verde acquamarina. Per altri versi, la signora Mariella Galli in Luzzardi sperava con tutto il cuore che la bambina, nata in otto mesi, non avesse preso altre parti del consorte.
Aveva fretta, Adele, di venire al mondo, ma la sua precocità dovette pagarla con continue bronchiti e polmoniti nel corso dell’infanzia e non solo. Si dice che chi nasce di otto mesi avrà per tutta la vita problemi a respirare: Adele ha fatto la sua ultima broncopolmonite sei mesi fa, alla tenera età di sessantatre anni.
Quando Mariella se la portò a casa dall’ospedale e la paragonò alla sorella maggiore, Annina, bionda con gli occhi grigi e l’incarnato rosa, rimase un po’ delusa: Adele aveva la pelle scura, da “terrona”, e una massa di capelli neri e scompigliati. Certo, non potevano assomigliarsi troppo due sorelle nate da padre diverso. Così Mariella fece di necessità virtù e, in breve tempo, quella strana neonata che già dal suo terzo giorno di vita le rivolgeva larghi sorrisi divenne, per lei, la più bella bambina del mondo.
A nove anni, durante gli interminabili pomeriggi estivi, Adele si aggirava per i campi dietro casa sua, al Lorenteggio, con uno stuolo di bambine più piccole, dai quattro ai sei anni. Le portava dentro una delle tante case in costruzione del circondario e giocava con loro alla scuola.
Lei, nel gioco, era la maestra, solo che alle bambine insegnava cose vere: canzoni, filastrocche, poesie e anche un po’ di matematica. E com’era orgogliosa quando la più piccola, Ilaria, riusciva a ricordare a memoria un’intera poesia!
Tuttavia, le signore del vicinato non vedevano di buon occhio questa sua attività e, un bel giorno, la più anziana di loro, la Fumagalli, andò a parlare con mamma Mariella. “Tua figlia è strana, mi dispiace ma devo dirtelo” esordì mentre aspettava che il caffè offertole si raffreddasse un po’. “Perché dici questo?” disse Mariella soffiando sulla tazzina la sua rabbia ben nascosta. “Ha quasi dieci anni e passa tutto il suo tempo in giro con bambine più piccole, perfino con l’Ilaria che va ancora all’asilo.
Ma dico io, non ti aiuta neanche un po’ in casa? Non ha il suo da fare?” “Certo che mi aiuta, ma fa in fretta e poi corre a giocare”. Mariella controllava a fatica la voglia di dirle “pussa via, vegia strega”. Sapeva, nella sua posizione, di dover essere cortese se voleva mantenere un buon rapporto con le famiglie vicine. “Be’, fai bene a darle un po’ più da fare, perché ormai è una signorina. Che lasci giocare le bambine piccole fra loro!”
“Va bene, Carla, proverò a convincerla, ma sai che è testa dura” “devi farlo per il suo bene, che non si ritrovi a sedici anni a pensare con la testa di una bambina piccola”.
Mariella faticò a calmarsi, quando Carla uscì: dalla nascita di Adele aveva pregato ogni giorno che dio mandava in terra che la bambina fosse “normale di testa”.
Ormai era certa che in Adele non c’era nulla di strano.
Tuttavia certe allusioni non mancavano di gettarla in un inferno di rabbia, da buon segno di fuoco qual era. Si sentì costretta a ordinarle di smettere con i suoi pomeriggi di “insegnamento”. Aveva faticato troppo per fare accettare la sua famiglia “scandalosa” dal vicinato, e non aveva intenzione di mandare tutto a monte per i capricci della figlia minore.
Ma Adele di capricci non ne faceva.
Obbedì alla madre, come al solito senza neanche chiedere spiegazioni. Una Gemelli sa passare senza batter ciglio da un interesse a un altro: da allora spese gran parte delle sue giornate alla biblioteca comunale, a leggere tutto ciò che le capitava a tiro>. Un po’ capiva un po’ no, ma le parole scritte le sembravano tutte bellissime, molto più belle delle parole dette e molto meno dolorose, anche quando, a volte, raccontavano i dolori degli altri.
A quattordici anni Adele, nonostante avesse solo la terza media, riuscì a quattordici anni a farsi assumere come impiegata presso una ditta edile. Faceva bene i calcoli e non aveva problemi a tenere una semplice contabilità.
Contribuiva al bilancio familiare e questo non era poco, dato che suo papà percepiva solo la pensione d’invalidità.
Mariella era orgogliosa di lei, gli occhi le luccicavano quando pensava alla sua nitida intelligenza, e le paure che aveva nutrito durante l’infanzia della figlia volavano via.
Comìè cominciata la storia della signora Luzzardi?
La babysitter di Mamma Simona
ottobre 5, 2009 by mammenellarete
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La nostra Mamma Simona comincia a raccontarci la storia della sua cara Babysitter.
Chi sarà questa misteriosa donna Luzzardi?
Adele Luzzardi, ex maritata Perin, è milanese e ne è orgogliosa.
Vive a Vicenza, però, da tanti anni che nemmeno li conta più.
Non è giovane e non è vecchia, non è bella e non è brutta, ma colpisce l’attenzione di tutti: Adele ha gli occhi magici che guardano al cuore delle cose e delle persone, e una bella parlantina, colorata di milanese, che a molti piace e che molti non sopportano.
E’ un’astrologa, ma non come tutte le altre.
Ha fatto studi da autodidatta e ora è specializzata in astrologia psicologica. I suoi piani natali godono di un discreto successo: lei non si limita a dare informazioni sulle predisposizioni astrali, dipinge a parole anche la personalità di chi ha di fronte, perché sa leggere le persone dall’interno.
Adele dice a tutti: “tu sei speciale!” e non è ipocrita, sa benissimo che ognuno lo è, a suo modo, l’ha imparato da piccola nella sua strana famiglia.
E’ autodidatta perché non ha potuto studiare molto, visto che da piccola era spesso malata e di famiglia povera. Ha completato con fatica la terza media, pur essendo molto portata per gli studi e in particolare, lei pensa, per la pedagogia.
Adele sorride con tenerezza pensando a sua madre che le procurava sempre i fogli e i colori per disegnare, facendo saltar fuori i soldi, non si sa come, da uno scarno bilancio familiare. Così è diventata anche una pittrice.
Non che faccia mostre, non ha mai avuto un giro di conoscenze adeguato, ma dipinge bei quadri a olio con un talento da impressionista allucinata.
Il suo quadro più bello rappresenta una terra al tramonto con una fuga di uccelli nel cielo porporino: gli uccelli disegnano un cerchio ma uno di loro rompe la formazione e vola verso l’alto. “Dovresti venderlo” le dice sua figlia Giusi, ma Adele è convinta che nessuno lo comprerebbe e, comunque, lo vuole tenere con sé a ricordarle che c’è sempre una via d’uscita.
E’ stato fondamentale, per lei, quel quadro, quando ha dovuto divorziare dal marito. Ha passato ore a fissarlo, invece di piangere sulla sua sorte e su quella dei suoi due figli. Le ha dato la forza di chiudere, dopo trent’anni, con un uomo freddo e musone che non l’aveva mai resa felice. Rimasta sola, a cinquant’anni, con i ragazzi ormai grandi e per i fatti loro, ha ricominciato a vivere partendo dal basso.
E’ andata a far le pulizie in casa delle signore di Vicenza, dove si era trasferita col marito trent‘anni prima; nel tempo libero studiava i testi fondamentali dell’astrologia.
Adele è convinta che, a furia di leggere e rileggere quei libroni pieni di connessioni astrali e fatali coincidenze, gli occhi le si siano riempiti di una luce magica che adesso, senza volere, effonde sugli altri.
Ecco com’è cominciata la storia della misteriosa donna Luzzardi!
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Mamma Simona: la baby sitter
settembre 28, 2009 by mammenellarete
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La mia maga buona, Edy, mi aiuta soprattutto nei famigerati “periodi intermedi”, per esempio quando non sono ancora cominciate le scuole, i miei due bambini sono a casa con me, ruzzanti e inquieti, desiderosi di prolungare indefinitamente lo svago estivo, e io ho già una montagna di lavoro da fare.
Ha più di sessant’anni ma è una corrente di energia e gioia vitale.
Arriva a casa mia, emanando la sua luce magica, prende il bimbo più piccolo e lo porta a spasso, mentre io faccio fare i compiti delle vacanze alla maggiore.
Oppure li porta tutti e due a fare “commissioni” in giro per la città, così io posso scrivere indisturbata per un paio d’ore.
E’ una specie di nonna a pagamento, non è esosa e, come tutte le nonne, è estremamente saggia.
Sembra che sappia in anticipo ciò di cui ho un bisogno imprescindibile, non so se per la sua virtù magica o per la sua lunga esperienza di madre.
A proposito, ho scoperto la sua storia, me l’ha raccontata lei stessa, in un momento di confidenza.
Voglio regalarla anche a voi, lettori del blog, ma per rispetto della privacy e poiché sono una scrittrice, l’ho “trasfigurata” in un racconto - cambiando nomi, luoghi e particolari vari, ma non la sostanza. Spero vi dia le stesse emozioni che ha dato a me, è una storia che parla di maternità e paternità, dell’amore e della magia della vita, anche quando questa si presenta, fin dalla nascita, irta di ostacoli e difficoltà.
continua…
Il racconto di Mamma Simona continua, leggi dall’inzio le puntate della sua storia!




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